DIETRO I PERSONAGGI — EPISODIO 02

DIETRO I PERSONAGGI — EPISODIO 02
Vik “21” Chong. Il ventunesimo cromosoma e l'arte di riscrivere la realtà
Il suo soprannome nasce da una differenza genetica. Il suo potere mette in discussione tutto ciò che consideriamo normale. E adesso, con “21 Illusion Rap”, Vik Chong ha anche una voce musicale.
C'è un numero che accompagna Vik Chong ovunque vada. È il 21. Non rappresenta la sua età, un numero fortunato o un codice misterioso. Indica qualcosa di molto più concreto: il cromosoma 21, la cui presenza in una terza copia, anziché nelle consuete due, è all'origine della forma più comune della sindrome di Down.
Nel mondo reale, questa particolarità genetica comporta caratteristiche e condizioni che conosciamo. Nell'universo fantastico de I Sette Magnifici Nani, invece, ho voluto immaginare una conseguenza radicalmente diversa: quella stessa configurazione cromosomica consente a Vik di sviluppare facoltà che gli altri esseri umani non possiedono.
Vik può creare illusioni, ribaltare ciò che appare evidente, modificare la realtà. In determinate circostanze riesce persino a spostarsi in avanti nel tempo.
È un'ipotesi narrativa volutamente estrema. Ma ciò che mi interessava non era semplicemente inventare un altro personaggio dotato di superpoteri.
Era rovesciare una prospettiva.
Il paradosso del numero 21
Viviamo in una società che attribuisce alla normalità un valore quasi assoluto. Misuriamo, classifichiamo, confrontiamo. Definiamo standard fisici, cognitivi e comportamentali, spesso dimenticando che uno standard è una convenzione statistica, non una misura del valore di un individuo.
La parola diversità, a sua volta, può diventare una comoda etichetta. Ci permette di riconoscere una differenza senza necessariamente comprendere la persona che abbiamo davanti.
Vik nasce da questa contraddizione.
Il suo soprannome sembra identificarlo attraverso una caratteristica genetica, quasi riducendolo a un numero. Ma quel numero, nel sistema fantastico del romanzo, è anche la chiave di qualcosa che sfugge alla comprensione di chiunque lo circondi.
Chi lo guarda può pensare di aver già compreso i suoi limiti. È un'abitudine profondamente umana: giudicare le possibilità degli altri utilizzando i parametri delle proprie.
Ma nel caso di Vik il giudizio iniziale può rivelarsi clamorosamente sbagliato.
L'individuo che qualcuno potrebbe considerare meno attrezzato per affrontare la complessità del mondo è capace di intervenire sulle regole stesse attraverso le quali quel mondo viene percepito.
Il paradosso è tutto qui: chi viene giudicato attraverso ciò che gli altri vedono possiede il potere di cambiare ciò che gli altri vedono.
Non considero questo potere una compensazione per la sua condizione. Sarebbe un ragionamento troppo facile, quasi che un personaggio con la sindrome di Down dovesse ricevere in cambio qualcosa di straordinario per conquistarsi il diritto di essere protagonista.
Vik non ha bisogno di essere risarcito dalla fantasia.
La sua dignità non dipende dai suoi poteri. Quelli appartengono al meccanismo narrativo del romanzo; la sua identità è qualcosa di assai più complesso.
Ma che cos'è, realmente, la realtà?
La capacità di Vik apre un problema che va molto oltre i confini della narrativa fantastica.
Noi siamo abituati a considerare reale ciò che possiamo vedere, toccare e verificare. Eppure quasi tutto ciò che sappiamo del mondo ci arriva attraverso un sistema di interpretazione: i nostri sensi raccolgono informazioni e il cervello costruisce un'immagine coerente di ciò che ci circonda.
Non vediamo il mondo esattamente com'è. Vediamo la rappresentazione che il nostro sistema percettivo riesce a costruirne.
È su questo confine che si collocano le illusioni di Vik.
Se posso convincerti che una cosa esiste quando non esiste, quanto è affidabile la tua esperienza? E se posso intervenire non soltanto sulla percezione, ma sulla realtà stessa, dove finisce l'illusione e dove comincia una nuova verità?
Per Vik questi interrogativi non appartengono a un seminario di filosofia. Sono possibilità concrete.
E comportano una responsabilità.
Perché la capacità di modificare ciò che gli altri percepiscono è anche una forma estrema di potere. Significa poter influenzare decisioni, comportamenti, convinzioni. Significa intervenire su quella fragile costruzione condivisa che chiamiamo realtà.
Un'illusione può proteggere qualcuno. Può ingannare un nemico. Può salvare una vita. Ma può anche sottrarre a una persona la possibilità di distinguere autonomamente il vero dal falso.
È qui che il dono di Vik smette di essere un semplice espediente spettacolare e diventa narrativamente interessante.
Il problema non è soltanto ciò che può fare.
È ciò che decide di fare.
Perché ho scelto il rap
Quando ho iniziato a immaginare le identità musicali dei personaggi per The Blackrain Session, ogni genere doveva rispondere a una domanda precisa: quale linguaggio musicale permette a questo personaggio di esprimere qualcosa che le pagine del romanzo non possono farci ascoltare?
Per Johnas Blackrain la risposta era stata il blues. Una musica capace di trasportare il peso degli anni, della memoria e delle contraddizioni.
Per Vik Chong ho scelto il rap.
E non perché volessi attribuirgli artificialmente un'immagine aggressiva o ribelle.
Il rap mi interessava per una ragione più sostanziale: è una forma musicale nella quale la parola non si limita ad accompagnare il ritmo. Può dominarlo, contrastarlo, anticiparlo, spezzarlo e ricostruirlo.
Il rapper interviene sulla percezione del tempo musicale. Una sillaba collocata pochi istanti prima o dopo il beat cambia la tensione dell'intera frase. Le parole possono sovrapporsi, accelerare, interrompersi. Il significato nasce tanto da ciò che viene detto quanto dal modo in cui viene collocato nel tempo.
In questo senso, il rap possiede una parentela sorprendente con il potere di Vik.
Entrambi lavorano sulla struttura di ciò che percepiamo.
Vik altera la realtà apparente. Il rapper altera le aspettative ritmiche dell'ascoltatore.
E c'è un altro elemento che mi interessava: il rap è anche una dichiarazione di presenza. Chi prende il microfono non è più soltanto l'oggetto dello sguardo altrui. Diventa il soggetto che parla.
Questo, per Vik, è essenziale.
Non volevo una canzone che parlasse di lui dall'esterno. Volevo immaginare quale forza potesse avere una canzone affidata alla sua voce.
21 Illusion Rap
Il brano nasce da questa idea: dare a Vik un'identità musicale autonoma all'interno dell'universo di I Sette Magnifici Nani.
Il titolo, 21 Illusion Rap, tiene insieme tre elementi che definiscono il personaggio: il numero che gli è stato attribuito, la capacità di produrre illusioni e il linguaggio musicale scelto per rappresentarlo.
Ma c'è qualcosa di più.
Con questo brano, Vik conquista uno spazio nel quale non deve essere spiegato da qualcun altro. Non ha bisogno di un narratore che ne descriva il potere, né di un altro personaggio che ne interpreti il comportamento.
Per la durata della canzone è lui a occupare il centro della scena.
Il rap mi permette di immaginarlo lontano sia dagli stereotipi rassicuranti sia da quelli tragici che accompagnano troppo spesso la rappresentazione delle persone con disabilità nella narrativa.
Vik non è una lezione morale. Non è un simbolo da esibire per dimostrare qualcosa. Non è neppure un essere superiore, trasformato dalla fantasia in una figura idealizzata.
È uno dei Sette Magnifici Nani. Con la propria personalità, le proprie possibilità e un potere che può mettere in difficoltà persino chi pensa di controllare tutto.
E adesso ha anche la propria canzone.
L'illusione più difficile da riconoscere
C'è una domanda che continua ad accompagnarmi quando penso a Vik Chong.
Qual è la sua illusione più potente?
Quella che modifica lo spazio? Quella che inganna i sensi? Quella che ribalta una situazione apparentemente senza via d'uscita?
Forse nessuna di queste.
Forse l'illusione più potente è quella che esiste già nella mente di chi lo incontra: la convinzione di sapere chi sia, che cosa possa comprendere e fin dove possa arrivare, ancora prima di averlo conosciuto.
Vik possiede il potere di creare illusioni, ma vive in un mondo nel quale anche gli altri ne costruiscono continuamente. Sono illusioni meno spettacolari, perché non deformano le immagini e non modificano le leggi della fisica.
Si chiamano pregiudizi.
E hanno una caratteristica singolare: chi le produce raramente si accorge di farlo.
In fondo, questo è uno degli aspetti che più mi interessano del personaggio.
Il suo ventunesimo cromosoma, nella realtà, è una differenza genetica. Nel romanzo diventa il punto di partenza di una possibilità fantastica. Ma nella relazione con gli altri, Vik continua a porre una domanda molto concreta, che non ha nulla di soprannaturale.
Quanto di ciò che crediamo di sapere su una persona appartiene davvero a quella persona, e quanto invece è il prodotto delle nostre aspettative?
È una domanda alla quale non bastano sette magnifici nani per rispondere.
Ma forse un rap può almeno cominciare a formularla.
Ascolta Vik “21” Chong — 21 Illusion Rap
Un'altra voce da The Blackrain Session, il progetto musicale che porta i personaggi de I Sette Magnifici Nani fuori dalle pagine del romanzo.
VIK “21” CHONG — 21 ILLUSION RAP
GNOME RECORDS · THE BLACKRAIN SESSION
Ascolta The Blackrain Session su HearThis
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Dietro i personaggi è una serie di articoli dedicata alle identità, alle contraddizioni e alle interpretazioni musicali dei protagonisti de I Sette Magnifici Nani. The Blackrain Session è un progetto creativo ideato da Andrea Bigiarini e realizzato con strumenti di intelligenza artificiale generativa.
Andrea Bigiarini