DIETRO I PERSONAGGI - EPISODIO 04

DIETRO I PERSONAGGI — EPISODIO 04
Alita Sanlourant. L'eleganza come forma di potere
Direttrice della rivista di moda più influente dei Tre Regni, regina indiscussa delle apparenze e presenza decisamente ingombrante tra i Sette Magnifici Nani. Alita Sanlourant è molto più di una diva insopportabile. Dietro la sua ossessione per lo stile si nasconde una domanda che riguarda tutti noi: chi decide ciò che merita di essere ammirato? E perché, per raccontarla in musica, ho scelto proprio il tango?
Quando i Sette Magnifici Nani arrivano sulla Terra, la loro prima preoccupazione dovrebbe essere passare inosservati.
Si trovano in un ambiente sconosciuto, nel corso di una missione rischiosa, e devono evitare di attirare l'attenzione. Per questa ragione sono stati equipaggiati con costumi che permettono loro di mimetizzarsi.
Alita Sanlourant ha un problema molto diverso.
Non riesce a trovare la cerniera lampo per togliersi quell'orrendo travestimento.
Pochi istanti dopo, mentre Henrietta tenta inutilmente di richiamarla alla disciplina, Alita si libera del costume e appare nel suo elegante tailleur rosa bordato d'azzurro.
È una scena comica, naturalmente. Ma contiene già quasi tutto ciò che mi interessava raccontare di questo personaggio.
Per Alita, rinunciare alla propria immagine equivale a rinunciare a una parte della propria identità. Non importa che la situazione sia pericolosa o che qualcuno abbia impartito un ordine. Una donna come lei non può semplicemente nascondersi dentro un vestito scelto da qualcun altro.
Soprattutto se quel vestito è di cattivo gusto.
La questione, tuttavia, va ben oltre la vanità.
Alita appartiene a quella particolare categoria di persone che non si limitano a seguire le convenzioni sociali: contribuiscono a crearle. Decide quali abiti saranno desiderati, quali colori diventeranno indispensabili, quali comportamenti verranno considerati eleganti e quali persone saranno ammesse nei circoli che contano.
Possiede, insomma, qualcosa che molti dei suoi compagni non hanno.
Il potere di stabilire come il mondo debba apparire agli occhi degli altri.
Alita Soffio Sanlourant: un nome, un marchio
Il nome completo del personaggio è Alita Soffio Sanlourant.
Il cognome, con la sua evidente allusione al mondo delle grandi maison francesi, colloca immediatamente la protagonista dentro una cultura nella quale un nome può essere molto più di un'identità personale: può diventare un marchio.
Nel romanzo Alita è la temuta direttrice di Nanity Fair, la rivista di moda più influente dei Tre Regni. Frequenta gli ambienti esclusivi di Gnomopolis, intrattiene rapporti privilegiati con stilisti come Giorgio Arnani e collabora con griffe dai nomi volutamente improbabili, quali Nanace e Gnomo & Gabbana.
Il riferimento alla Miranda Priestly de Il diavolo veste Prada non è casuale. Ma mentre Miranda appartiene a un universo nel quale la moda condiziona silenziosamente la vita delle persone, Alita si muove in un mondo fantastico dove questa influenza assume proporzioni quasi grottesche.
Le sue lettrici attendono di sapere cosa sia IN e cosa sia OUT. Le sue opinioni vengono accolte come sentenze. Il suo gusto personale diventa una norma collettiva.
Mi interessava soprattutto questo aspetto: il momento in cui una preferenza individuale viene trasformata in un criterio universale.
Un colore non è più semplicemente bello o brutto. Diventa giusto oppure sbagliato. Un abito non esprime soltanto una scelta personale: stabilisce l'appartenenza a una classe, a un ambiente, a una gerarchia.
Alita esercita questo potere con assoluta naturalezza, senza il minimo dubbio sulla legittimità della propria autorità.
Non è soltanto una donna che ama gli abiti.
È una donna che pretende di governare il significato sociale degli abiti.
Ed è qui che il personaggio, almeno ai miei occhi, comincia a diventare interessante.
Quando una missione militare diventa una sfilata
C'è un particolare del romanzo che considero fondamentale per comprendere Alita.
La sua presenza nella squadra non dipende principalmente da straordinarie capacità militari o da particolari competenze investigative.
Alita è riuscita a entrare nella missione perché dispone di ciò che permette a moltissime imprese, anche le più nobili, di essere realizzate: i finanziamenti.
È stata lei a procurare gli sponsor.
Le grandi firme di Gnomopolis hanno investito nella spedizione, ottenendo in cambio visibilità, reportage esclusivi e opportunità commerciali. Gli abiti, gli accessori e persino parte dell'equipaggiamento della squadra diventano elementi di una gigantesca operazione promozionale.
Quella che dovrebbe essere una missione per salvare i Tre Regni rischia così di trasformarsi in un evento mediatico, una sorta di reality show interdimensionale finanziato dall'industria della moda.
È una situazione volutamente assurda.
Ma quanto è davvero lontana dalla nostra realtà?
Siamo abituati a vedere lo sport, la ricerca, la cultura e perfino alcune iniziative umanitarie accompagnate da loghi, contratti di sponsorizzazione e strategie di comunicazione. Il denaro permette di realizzare progetti che altrimenti rimarrebbero soltanto intenzioni, ma chi finanzia un'impresa può anche pretendere di influenzarne la rappresentazione.
Alita comprende perfettamente questo meccanismo.
Non possiede la forza di Yul, il controllo delle illusioni di Vik o i poteri di Teo-Bomb. Possiede qualcosa di più ordinario, ma non necessariamente meno efficace: una rete di relazioni, un pubblico e la capacità di trasformare qualsiasi evento in un prodotto mediatico.
Quando reclama tempo per fotografare le meraviglie sotterranee della base di Ebenezer, gli altri la considerano un ostacolo insopportabile. E in quel momento hanno ragione: c'è un pericolo imminente, un conto alla rovescia, e fermarsi per organizzare un servizio fotografico sarebbe irresponsabile.
Ma Alita dispone di un argomento che non può essere ignorato: senza gli sponsor, buona parte dell'operazione non avrebbe avuto le stesse risorse.
Ecco il suo vero potere all'interno della squadra.
Alita rende visibile il conflitto tra ciò che una missione deve fare e ciò che chi la finanzia pretende di mostrare.
È una contraddizione dalla quale nemmeno il saggio Teo-Bomb riesce a sottrarsi completamente.
Henrietta e Alita: due modi incompatibili di stare al mondo
Tra i rapporti che ho trovato più divertenti da costruire c'è quello tra Alita e Henrietta Cole.
Le due rappresentano concezioni quasi opposte dell'esistenza.
Henrietta è una cacciatrice, una tiratrice infallibile, una donna abituata agli ambienti selvaggi e alle necessità concrete della sopravvivenza. Il suo rapporto con gli animali e con la natura è profondo, diretto, privo di inutili cerimonie.
Per Henrietta, un vestito deve prima di tutto permettere di muoversi, lavorare, combattere e affrontare condizioni difficili.
Per Alita, invece, un vestito comunica chi sei, quale posizione occupi e come desideri essere percepita.
Una considera l'abbigliamento uno strumento.
L'altra lo considera un linguaggio.
Nessuna delle due è disposta ad accettare il punto di vista dell'altra.
Alita trova intollerabile l'assenza di eleganza di Henrietta, mentre quest'ultima considera la compagna una donna superficiale, arrogante e incapace di distinguere le cose importanti da quelle irrilevanti.
Le loro discussioni sono spesso feroci, grottesche e decisamente poco diplomatiche. Ma servono anche a far emergere un conflitto che non riguarda soltanto la moda.
Che cosa conta maggiormente: ciò che siamo capaci di fare oppure il modo in cui gli altri ci vedono?
Henrietta risponderebbe senza esitazione che contano le azioni.
Alita sosterrebbe probabilmente che le azioni, se non vengono presentate nel modo giusto, rischiano di non ottenere il riconoscimento che meritano.
Ed entrambe, almeno in parte, avrebbero ragione.
Ma c'è un episodio che impedisce di ridurre questo rapporto a una semplice contrapposizione tra concretezza e vanità.
È la storia di Polpetta.
Il regalo che Alita non avrebbe dovuto fare
Durante la loro esplorazione della tenuta Blackrain, Henrietta e Alita incontrano una piccola statua raffigurante un cane.
Si chiama Polpetta.
Henrietta ha recentemente perso il proprio cane e, osservando quella figura di pietra, ricorda il dolore della perdita.
Alita potrebbe ignorare tutto questo. Potrebbe liquidare la questione con una delle sue osservazioni velenose e tornare a occuparsi del proprio abbigliamento.
Invece compie un gesto inaspettato.
Dalla sua borsetta estrae una piccola bottiglia contenente un liquido viola, ricevuto attraverso una delle sue numerose conoscenze nel mondo della moda. È una sostanza particolare, ottenuta per vie tutt'altro che ufficiali, capace di restituire vita a una creatura pietrificata.
Alita la utilizza su Polpetta.
Poco dopo il cane torna a muoversi, scodinzola e corre incontro a Henrietta.
Alita glielo regala.
È una scena che considero importante perché rivela qualcosa che il personaggio si sforza abitualmente di nascondere.
Dietro la donna che giudica gli altri dall'aspetto esiste una persona capace di riconoscere il dolore e di rispondere con un gesto concreto.
Non un discorso sull'empatia.
Non una dichiarazione pubblica destinata alle lettrici della rivista.
Un regalo.
Naturalmente Alita non rinuncia completamente alla propria natura. Pretende che Henrietta mantenga il segreto e conclude la scena con una delle sue consuete osservazioni pungenti.
Sarebbe troppo semplice trasformarla improvvisamente in una donna generosa e irreprensibile.
Non lo è.
Ma quella piccola apertura rivela che il personaggio possiede una complessità emotiva che la sua immagine pubblica tende a nascondere.
E c'è qualcosa di significativo nel fatto che proprio Alita, la donna ossessionata dalle superfici, riesca in quell'occasione a guardare oltre l'apparenza immobile di una statua.
Il segreto sotto il trucco
Ogni personaggio che costruisce la propria identità attorno a un'immagine di perfezione deve confrontarsi, prima o poi, con qualcosa che non riesce a controllare.
Nel caso di Alita, ho scelto una soluzione decisamente poco elegante.
La più raffinata autorità della moda di Gnomopolis soffre di un'alitosi spaventosa.
Il suo secondo nome, Soffio, rende il tutto ancora più ironico.
Alita dedica enormi energie a nascondere questo difetto. Collutori, precauzioni, continui tentativi di impedire agli altri di scoprirlo. La sua immagine pubblica deve rimanere impeccabile.
La comicità nasce naturalmente dal contrasto tra la sofisticata regina del bon ton e un particolare fisico che sembra sfuggire a qualsiasi tentativo di controllo.
Ma l'episodio suggerisce anche un'altra lettura.
Alita è prigioniera degli stessi criteri di perfezione che impone agli altri.
Ha costruito un sistema nel quale ogni imperfezione può diventare oggetto di giudizio, derisione o esclusione. E adesso teme che quello stesso sistema venga applicato a lei.
È il paradosso di chi fonda il proprio prestigio su standard impossibili da rispettare completamente.
La persona pubblica deve apparire sempre impeccabile, anche quando la persona reale è inevitabilmente imperfetta.
In questo senso Alita è forse meno libera di Henrietta, che non sente alcun bisogno di chiedere il permesso a qualcuno per essere se stessa.
Non credo che Alita sarebbe felice di questa interpretazione.
Probabilmente mi farebbe inserire immediatamente nella lista degli autori OUT.
Quando la diva vede più lontano del soldato
Sarebbe però ingiusto descrivere Alita soltanto attraverso le sue contraddizioni comiche.
In alcuni momenti del romanzo dimostra una capacità di giudizio che altri membri della squadra, pur meglio preparati alla missione, sembrano aver temporaneamente perduto.
Quando Yul si convince che Johnas Blackrain sia coinvolto nei fatti criminali sui quali stanno indagando, Alita è tra coloro che mettono in discussione quella certezza.
Osserva che Blackrain non ha avuto una vera possibilità di spiegare la propria posizione e che la squadra ha scelto l'aggressione prima di comprendere la situazione.
Naturalmente, persino in quel momento, riesce a immaginare una possibile mobilitazione delle lettrici della propria rivista.
È tipico di lei: anche un problema di giustizia può trasformarsi in un'iniziativa editoriale.
Ma questo non rende necessariamente sbagliata la sua osservazione.
Alita, che trascorre buona parte del proprio tempo a giudicare le apparenze, riconosce che i suoi compagni stanno rischiando di condannare qualcuno sulla base di un'apparenza.
È un'ironia che mi interessa molto.
Il personaggio apparentemente più superficiale è, in quella circostanza, capace di individuare una superficialità ben più pericolosa della scelta di un vestito.
Forse perché conosce meglio degli altri quanto un'immagine possa influenzare il giudizio delle persone.
O forse semplicemente perché, non essendo un soldato, non sente il bisogno di difendere a ogni costo la prima interpretazione operativa di Yul.
Qualunque sia la spiegazione, Alita dimostra che la sua intelligenza non può essere misurata soltanto attraverso la sua ossessione per la moda.
Il problema è che spesso è lei stessa a impedirci di prenderla sul serio.
Perché proprio il tango?
Quando ho iniziato a immaginare una voce musicale per Alita all'interno di The Blackrain Session, la prima tentazione sarebbe stata quella di affidarle una canzone pop, sofisticata e scintillante, magari con un ritornello costruito per conquistare le classifiche di Gnomopolis.
Ma sarebbe stato troppo prevedibile.
Alita non è semplicemente una celebrità che desidera essere ammirata. È una donna che pretende di controllare la scena.
E per rappresentare questa forma di potere avevo bisogno di una musica capace di esprimere eleganza, tensione, sensualità, orgoglio e conflitto.
Ho scelto il tango.
Il tango possiede una caratteristica che lo rende particolarmente adatto ad Alita: la sua eleganza non elimina il conflitto. Lo organizza.
In un tango, la vicinanza può diventare una sfida. Un passo suggerisce un'intenzione, quello successivo la contraddice. I corpi sembrano dialogare attraverso esitazioni, avanzamenti, arresti e cambi di direzione.
C'è una continua negoziazione tra controllo e abbandono.
E Alita, che nella propria vita professionale non ammette facilmente di essere contraddetta, appartiene esattamente a questo universo.
Ma c'è un'ulteriore ragione per cui il tango mi sembrava la scelta giusta.
Nella sua forma teatrale, il tango può trasformare un semplice attraversamento dello spazio in una dichiarazione di superiorità.
Un ingresso diventa una sfida.
Uno sguardo diventa un ordine.
Un movimento del corpo diventa una firma.
È esattamente il modo in cui immagino Alita mentre attraversa una stanza.
Non cammina.
Entra in scena.
The Fashion Diva Tango: quando la moda segue Alita
Il titolo del brano è The Fashion Diva Tango.
La canzone non cerca di raccontare tutta la storia del personaggio. Ho preferito concentrarmi sulla sua identità pubblica, lasciando che fosse Alita stessa a presentarsi al mondo con la sicurezza di chi non ha mai avuto il minimo dubbio sulla propria superiorità.
Il concetto centrale è riassunto nel ritornello:
“I don't follow fashion, darling. Fashion follows me.”
Non seguo la moda, tesoro. È la moda che segue me.
È una dichiarazione quasi imperiale.
Alita non si considera un'interprete delle tendenze. Si considera la loro origine.
Nel testo rivendica la propria capacità di creare stili destinati a essere imitati, descrive Gnomopolis come un territorio sul quale esercita un'autorità indiscussa e tratta le proprie rivali come figure condannate a rimanere irrimediabilmente indietro.
Poi estende questa visione alla missione dei Sette Magnifici Nani.
Il viaggio sulla Terra, finanziato dalle grandi maison, diventa anche l'occasione per portare le sue creazioni oltre i confini del mondo conosciuto.
Persino un'impresa destinata a salvare un'intera civiltà può essere reinterpretata come il lancio di una nuova collezione.
Il brano recupera quindi uno degli elementi satirici più importanti del romanzo: il modo in cui la comunicazione commerciale riesce ad appropriarsi di eventi che, almeno in teoria, dovrebbero rispondere a finalità completamente diverse.
Ma lo fa attraverso la voce della protagonista.
Alita non vede nulla di scandaloso in questa operazione.
Anzi, ne è orgogliosa.
Nella sua visione del mondo, gli eroi compiono imprese straordinarie, ma qualcuno deve pur preoccuparsi del loro aspetto.
E possibilmente ricordare al pubblico chi ha disegnato gli abiti che indossano.
Il tango amplifica questa forma di narcisismo trasformandola in spettacolo. La teatralità del canto, il carattere drammatico della musica e il richiamo al bandoneón costruiscono un ambiente nel quale Alita può finalmente occupare tutto lo spazio che desidera.
Non deve discutere con Henrietta.
Non deve obbedire a Yul.
Non deve giustificarsi davanti a Teo-Bomb.
Per la durata della canzone è libera di essere la versione più esagerata, arrogante e affascinante di se stessa.
Ed è proprio per questo che il brano funziona.
Dietro la perfezione, una persona
C'è una domanda che continua a interessarmi quando penso ad Alita Sanlourant.
Che cosa rimarrebbe di lei se nessuno potesse più ammirarla?
Se la sua rivista smettesse di esistere, se le grandi firme le voltassero le spalle, se il pubblico non avesse più bisogno di sapere che cosa sia IN oppure OUT?
Alita continuerebbe a essere la stessa persona?
Non credo che il romanzo offra una risposta definitiva. E non era questa la mia intenzione.
Preferisco lasciare che il lettore osservi le contraddizioni del personaggio.
Una donna capace di mettere in pericolo una missione pur di realizzare un servizio fotografico, ma anche di riconoscere un'ingiustizia che altri non vogliono vedere.
Una diva che umilia una compagna per il suo abbigliamento e poco dopo le regala un cane, comprendendo quanto quel gesto possa renderla felice.
Una figura che costruisce la propria autorità sulla perfezione estetica mentre vive nel terrore che venga scoperto un difetto impossibile da nascondere del tutto.
Non è un personaggio edificante.
E non vorrei che lo diventasse.
La sua arroganza, la sua vanità e la sua incapacità di riconoscere le priorità degli altri fanno parte di lei quanto la sua intelligenza, la sua intraprendenza e i momenti nei quali dimostra di possedere una sensibilità autentica.
Alita è una caricatura, certamente. Ma le caricature funzionano quando esasperano qualcosa che riconosciamo nella realtà.
E nella realtà la distanza tra il bisogno di apparire e il desiderio di essere riconosciuti è spesso molto più piccola di quanto siamo disposti ad ammettere.
Forse, sotto gli strati di trucco, dietro il tailleur impeccabile e oltre la sicurezza ostentata, Alita desidera qualcosa che non può acquistare con il prestigio o imporre con un giudizio di stile.
Essere apprezzata anche quando non è perfetta.
Non sappiamo se riuscirà mai a concedersi questa possibilità.
Per il momento, però, la immagino al centro di una pista da ballo. Il bandoneón comincia a suonare, le luci si abbassano e tutti gli sguardi si rivolgono verso di lei.
Alita sorride, sistema appena il colletto e si prepara a eseguire il primo passo.
Perché una cosa è certa.
La moda può cambiare. Ma Alita Sanlourant non ha la minima intenzione di seguirla.
Ascolta Alita Sanlourant — The Fashion Diva Tango
Un altro personaggio de I Sette Magnifici Nani trova la propria voce musicale in The Blackrain Session, il progetto che porta i protagonisti del romanzo oltre le pagine del libro.
ALITA — THE FASHION DIVA TANGO
GNOME RECORDS · THE BLACKRAIN SESSION
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Dietro i personaggi è una serie di articoli dedicata alle identità, alle contraddizioni e alle interpretazioni musicali dei protagonisti de I Sette Magnifici Nani. The Blackrain Session è un progetto creativo ideato e diretto da Andrea Bigiarini, realizzato con strumenti di intelligenza artificiale generativa.
Andrea Bigiarini