L’ordine segreto del caos

L’ordine segreto del caos

Una lettura critica de I Sette Magnifici Nani di Andrea Bigiarini

di Wandoo Karlestein, Gnomopolis

Wandoo Karlestein

Esistono romanzi nei quali lo stile è il mezzo attraverso cui una storia viene raccontata, ed esistono romanzi nei quali lo stile finisce per diventare esso stesso parte della storia. I Sette Magnifici Nani appartiene decisamente alla seconda categoria.

Andrea Bigiarini costruisce un universo narrativo che sembra procedere per accumulazione, deviazione e incidente. La vicenda avanza, si interrompe, riparte, devia verso una considerazione apparentemente marginale, si sofferma sul funzionamento di un’arma, sulla psicologia di un personaggio, sulla denominazione commerciale di un oggetto, sulla storia politica di un regno o sul comportamento di qualche improbabile creatura, per poi ritornare improvvisamente al punto da cui era partita.

A una lettura superficiale si potrebbe parlare di disordine.

Sarebbe un errore.

Quella di Bigiarini è, piuttosto, una forma di caos controllato.

Il romanzo produce continuamente la sensazione di poter uscire dai propri argini, ma raramente perde davvero la direzione. La digressione non rappresenta un ostacolo al racconto: è uno dei suoi sistemi propulsivi. Ogni deviazione aggiunge qualcosa all’universo, al tono o alla percezione dei personaggi. La trama, invece di avanzare lungo una linea, si espande.

È una differenza sostanziale.

Il narratore che rifiuta di restare invisibile

La prima scelta decisiva del romanzo è naturalmente la voce narrante.

Bigiarini rifiuta l’idea del narratore trasparente, educatamente nascosto dietro gli avvenimenti. Il suo narratore vuole essere presente. Interviene. Giudica. Anticipa. Deride. Filosofeggia. Si rivolge al lettore. A volte sembra conoscere ogni legge dell’universo; altre volte si comporta come un testimone irritato dalla necessità stessa di dover raccontare.

E soprattutto possiede un corpo.

Un corpo di zucchero.

La scelta potrebbe essere soltanto una trovata surreale. Non lo è. Il narratore di I Sette Magnifici Nani nasce già minacciato dall’obsolescenza: sa che la materia di cui è composto è temporanea, che verrà rimossa, consumata oppure gettata via. Raccontare diventa allora una forma di resistenza all’annullamento.

È un’idea curiosamente coerente con uno dei temi profondi del romanzo: il conflitto tra forma e identità.

Statue che diventano creature, esseri viventi trasformati in oggetti, automi, copie, mutazioni, universi paralleli. In un libro ossessionato dalla domanda «che cosa rende una cosa ciò che è?», persino chi racconta è prigioniero di una forma apparentemente assurda.

L’ironia nasconde così una struttura concettuale molto più profonda di quanto il tono iniziale lasci supporre.

L’iperbole come unità di misura

Bigiarini sembra nutrire una sincera diffidenza verso qualsiasi aggettivo che non sia portato almeno qualche chilometro oltre il necessario.

Quando una casa è grande, deve essere smisurata.

Quando qualcuno è ricco, deve possedere una ricchezza offensiva.

Quando un personaggio è irritato, non è semplicemente irritato: il mondo intero deve essere informato del fatto attraverso una catena di immagini, paragoni e conseguenze sproporzionate.

Quando qualcosa esplode, raramente si limita alla semplice esplosione.

L’iperbole è probabilmente la figura retorica fondamentale de I Sette Magnifici Nani.

Ma ciò che conta è il modo in cui viene usata.

L’esagerazione non serve soltanto all’ironia. Serve alla caratterizzazione.

La Tenuta Blackrain è enorme perché enorme è il bisogno di Johnas di separarsi dal mondo. La sua collezione è smisurata perché smisurato è il vuoto che tenta di riempire attraverso gli oggetti. Le sue abitudini sono maniacalmente precise perché rappresentano una diga contro l’imprevisto.

L’eccesso esteriore corrisponde quasi sempre a un eccesso interiore.

È qui che il personaggio di Johnas Blackrain rivela una costruzione particolarmente riuscita. All’inizio potrebbe sembrare poco più che una caricatura: un miliardario misantropo, classista, arrogante, ossessivo e insopportabile. Ma Bigiarini utilizza proprio una velata caricatura per occultare il personaggio.

Più Johnas appare grottesco, più diventa efficace la scoperta della sua fragilità.

La comicità non annulla la malinconia.

La protegge.

La similitudine secondo Bigiarini

Un discorso a parte meritano le similitudini.

Nella narrativa tradizionale la similitudine dovrebbe chiarire un’immagine mettendola in relazione con qualcosa di familiare. Bigiarini compie spesso l’operazione opposta: parte da qualcosa di comprensibile e lo paragona a qualcosa di ancora più assurdo. Il risultato è una sorta di espansione dell’immagine.

Un personaggio non corre semplicemente molto velocemente. Non è sufficientemente interessante. Deve correre come qualcosa che, per logica, velocità o semplice incompatibilità semantica, produca una seconda scena mentale nel lettore.

La similitudine smette quindi di essere una decorazione e diventa una microstoria.

Per alcuni istanti il romanzo abbandona ciò che stava raccontando, costruisce una piccola realtà parallela, ne sfrutta l’effetto ironico e poi torna indietro.

È lo stesso principio su cui è costruita l’intera opera, riprodotto in scala ridotta. Il dettaglio contiene il metodo del romanzo.

Il piacere dell’accumulazione

La prosa di Bigiarini ama gli elenchi.

Titoli. Oggetti. Specifiche tecniche. Numeri. Marchi. Regolamenti. Date. Commi. Strumenti. Nomi di istituzioni. Denominazioni militari.

Classificazioni.

L’effetto è volutamente ridondante. Ogni elemento sembra possedere una sigla, una storia, un produttore, una versione Mark II oppure qualche regolamento che ne disciplina l’impiego. È uno dei meccanismi più efficaci del libro perché applica la solennità burocratica alle cose più assurde.

Un nano dotato di un’arma impossibile non possiede semplicemente un cannone: possiede un oggetto la cui denominazione sembra richiedere l’intervento congiunto di un ministero della Difesa, di un ufficio brevetti e di un reparto marketing.

Il fantastico viene così normalizzato attraverso la burocrazia.

È una scelta intelligente.

l’autore non cerca continuamente di convincerci che il suo mondo sia straordinario. Fa esattamente il contrario: ci mostra personaggi per i quali quell’assurdità rappresenta la normalità amministrativa. Ed è proprio per questo che finiamo per crederci.

Il linguaggio come strumento di world-building

Gnomopolis e i Tre Regni non vengono costruiti soltanto attraverso descrizioni architettoniche o informazioni storiche.

Vengono costruiti linguisticamente.

Nanity Fair. Gnomo & Gabbana. Dimensi-O-Rama. Loc-A-Tronic. Grande Incontestabile. Creature Altamente Malefiche. Guerre della Riunificazione.

Il romanzo possiede una vera mania nominale. Ogni cosa deve avere un nome e il nome deve raccontare già qualcosa della cultura che lo ha prodotto.

È attraverso queste denominazioni che comprendiamo come Gnomopolis sia contemporaneamente una civiltà tecnologicamente avanzata, una società burocratica, una cultura consumistica, un sistema politico, un mondo dominato dai media e un luogo in cui magia e tecnologia hanno smesso da tempo di considerarsi incompatibili.

Il world-building, quindi, non è depositato soltanto nelle pagine descrittive.

È disseminato nella lingua.

Il problema del genere

Provare a classificare I Sette Magnifici Nani è un esercizio interessante quanto probabilmente inutile.

Fantasy?

Certamente.

Fantascienza?

Altrettanto certamente.

Commedia?

Innegabile.

Satira?

Ovunque.

Avventura?

È la sua struttura primaria.

Romanzo sentimentale?

Molto più di quanto il lettore sospetti all’inizio.

Bigiarini non sembra particolarmente interessato a risolvere queste contraddizioni. Preferisce farle convivere. E questo rappresenta uno degli aspetti più personali del libro. Una scena può cominciare come fantascienza militare, trasformarsi in commedia burocratica, deviare verso una considerazione filosofica e terminare su una nota malinconica.

Il rischio evidente è la dissonanza. Ma il romanzo trasforma progressivamente quella dissonanza nella propria grammatica.

Dopo un certo numero di pagine, il lettore comprende che non deve chiedersi quale sarà il prossimo registro. Deve semplicemente accettare che possa arrivare qualsiasi cosa.

Ridere senza distruggere l’emozione

L’aspetto forse più difficile di una scrittura di questo tipo consiste nel salvaguardare il sentimento.

L’ironia permanente può diventare corrosiva. Se tutto viene ridicolizzato, nulla può più essere preso sul serio.

Bigiarini evita quasi sempre questa trappola stabilendo implicitamente una regola: i personaggi possono essere ridicoli senza che lo siano necessariamente le loro emozioni.

Johnas è ridicolo.

Il suo dolore per Alma non lo è.

Yul può diventare comico nella propria ossessione militare, ma il senso del dovere che lo muove rimane autentico.

Gnomopolis può essere piena di nomi assurdi, pubblicità, mode e burocrazie grottesche, ma la crisi politica che la attraversa possiede conseguenze reali.

È questo equilibrio a impedire al romanzo di trasformarsi in una parodia continua perché la battuta non cancella la tragedia e la tragedia non impedisce la battuta successiva.

Una prosa che non desidera essere elegante

C’è infine un elemento che credo sia fondamentale per comprendere Bigiarini.

Questa non è una scrittura che aspira alla levigatezza. Non cerca la frase invisibile, perfettamente calibrata, sterilizzata da qualsiasi eccentricità. Al contrario, sembra diffidare della prosa eccessivamente beneducata.

Preferisce accumulare.

Insistere.

Ripetere.

Esagerare.

Interrompere.

Aggiungere ancora una cosa quando una prosa più disciplinata avrebbe già messo il punto.

È precisamente lì che risiede la sua identità.

Naturalmente è anche il suo rischio maggiore. Il lettore che cerca economia assoluta, minimalismo o una narrazione rigidamente lineare potrebbe percepire questa abbondanza come eccessiva. Ma chiedere a I Sette Magnifici Nani di diventare più sobrio significherebbe probabilmente chiedergli di diventare un altro libro. Il suo stile vive della medesima energia che governa il suo universo: oggetti che nascondono altre forme, mondi dentro altri mondi, spiegazioni che generano nuove spiegazioni, incidenti che aprono possibilità impreviste.

Il romanzo non procede semplicemente in avanti.

Prolifera.

Ed è forse questa la parola che meglio descrive la scrittura di Andrea Bigiarini.

Conclusione

I Sette Magnifici Nani è un romanzo che sembra continuamente sul punto di perdere il controllo e che proprio da quella sensazione ricava buona parte della propria vitalità.

La sua prosa è iperbolica, digressiva, metanarrativa, affollata, ironica e deliberatamente impura. Mescola cultura popolare, fantascienza, satira sociale, burocrazia, sentimentalismo, filosofia, slapstick e avventura senza chiedere preventivamente il permesso a nessuno dei generi che attraversa.

Ma sotto questa superficie rumorosa esiste un’architettura sorprendentemente coerente.

Forma e sostanza. Ordine e caos. Apparenza e identità. Immobilità e cambiamento.

Sono opposizioni che attraversano tanto la storia quanto il modo in cui essa viene raccontata.

Johnas Blackrain tenta disperatamente di organizzare un’esistenza nella quale ogni cosa possieda una posizione precisa. Andrea Bigiarini, con una certa perfidia, gli costruisce attorno un romanzo nel quale niente accetta di rimanere al proprio posto.

Forse è questa la migliore definizione possibile dello stile de I Sette Magnifici Nani:

una forma narrativa apparentemente anarchica nella quale il caos non rappresenta l’assenza di ordine, ma un ordine molto più difficile da vedere.

Wandoo Karlestein Critico letterario — Gnomopolis


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Wandoo Karlestein è uno dei più autorevoli critici letterari di Gnomopolis, noto per le sue analisi rigorose della narrativa contemporanea e per una particolare attenzione allo stile, alla costruzione della voce e ai meccanismi nascosti dietro l’apparente caos di un testo.

Collaboratore di alcune delle principali riviste culturali dei Tre Regni, Karlestein è celebre per il tono severo, l’ironia asciutta e la scarsa tolleranza verso la narrativa convenzionale.